Conigli fossili nel Precambriano

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Aquatarkus

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In questo blog
non parlo di me stesso;
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Questo blog non ha attinenza
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Questo blog è Godeliano, nel senso che è intrinsecamente contraddittorio;
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mercoledì, 26 dicembre 2007
Indice dei racconti (self-service)

 Servitevi pure. Non so come dirvelo, ma al momento sono fuori
(3,6 U.A. dalla Terra)

National Geographic Special issue

http://www.tor.splinder.com

Titolo Data
Pratiche Sessuali 14/10/2007 - 00:23
Nomadi 10/10/2007 - 12:31
Orgoglio Mascolino 19/09/2007 - 10:26
El Perro Negro 03/09/2007 - 12:18
Il più bel giorno della nostra vita 15/10/2006 - 01:32
Attesa 12/10/2006 - 17:23
Tempo Supplementare 27/09/2006 - 13:57
Una favola moderna 18/09/2006 - 15:56
L'attacco 12/09/2006 - 10:20
Il segreto dei Nuraghi 04/09/2006 - 13:28
Lo scolaro G 31/07/2006 - 11:03
Oltremondo 07/07/2006 - 21:57
Corro 28/06/2006 - 18:51
Fratelli d'Italia 22/06/2006 - 02:23
Enter 15/06/2006 - 13:18
Calore 09/06/2006 - 13:32
Intercettazioni 25/05/2006 - 13:03
Anniversari 24/05/2006 - 11:05
L'ispettore 17/05/2006 - 11:45
Luce 11/05/2006 - 09:35
Effetto Boomerang 06/05/2006 - 15:41
Il contagio 27/04/2006 - 17:37
La mossa dell'ippocampo 23/04/2006 - 00:21
Sorprese 15/04/2006 - 10:46
L'emissario 2 14/04/2006 - 09:33
Penitenziario 07/04/2006 - 13:06
Il circolo della fine del mondo 01/04/2006 - 01:45
Screensaver 28/03/2006 - 11:12
Risvegli 18/03/2006 - 19:09
Lettera dal fronte 18/02/2006 - 13:46
Reality 16/02/2006 - 13:41
Strategie elettorali 10/02/2006 - 14:33
I rappresentanti 07/02/2006 - 12:04
Cinque strane abitudini 02/02/2006 - 09:24
Le storie brevi 30/01/2006 - 23:27
Alta personalità 28/01/2006 - 23:55
Walhalla46 27/01/2006 - 21:29
Legittima difesa 26/01/2006 - 12:48
L'uomo che guardava il buco nero 23/01/2006 - 13:42
L'attrazione di Ibsia 21/01/2006 - 17:16
Scontro di civiltà 20/01/2006 - 10:18
Teletrasporti FS 18/01/2006 - 16:33
La miglior barzelletta sulle bionde 15/01/2006 - 23:16
L'invasione della Blogsfera 13/01/2006 - 13:19
Arma Intelligente 12/01/2006 - 00:41
Il ragazzo venuto dall'Argentina 09/01/2006 - 10:46
La conferenza stampa 05/01/2006 - 10:36
La luna è nostra? 04/01/2006 - 13:55
La risposta 02/01/2006 - 09:15
Un mondo migliore 30/12/2005 - 13:10
Il Giudizio 29/12/2005 - 10:42
Vacanze di Natale 28/12/2005 - 00:45
Superuomini all'italiana 26/12/2005 - 11:41
Razza di mediocri 25/12/2005 - 10:29
Subcomunicato Strategico N°1 24/12/2005 - 09:35
Serial 22/12/2005 - 23:57
La versione di Tolkien 22/12/2005 - 09:53
L'Intelligent Design 21/12/2005 - 11:50
Incontro impossibile: La verità sulla TAV 20/12/2005 - 13:13
L'emissario 19/12/2005 - 16:14
Fantaraccontino di Natale (cattivo) 17/12/2005 - 12:52
Il primo mutante 13/12/2005 - 09:47

Postato da: aquatarkus a 26/12/2007 14:40 | link | commenti (2)
racconti, divertissement, fantascienza, spazio profondo, mutazioni, paradossi temporali, - indice dei racconti -, incubi virtuali, ucronie, futuro prossimo, apocalissi annunciate, strani alieni, terre parallele, io e il grend, diaboliche invenzioni, forever forevera

giovedì, 12 ottobre 2006
Attesa

Piccolino mio, ti sento. Sento che stai crescendo dentro di me. Come un seme nella notte invernale. Per ora sei solo un soffio caldo e delicato, una brivido lungo la schiena.
Ogni giorno che passa in questa immensa astronave, ti sento di più, mentre guardo dall’oblò della mia cabina queste stelle che ruotano nella loro giostra senza fine. Forse un giorno i tuoi occhi si apriranno pieni di meraviglia su questo spettacolo, e ti sentirai come mi sento io, piccola, sperduta, ma allo stesso tempo completamente invasa dalla meraviglia, sopraffatta dallo spazio interstellare che scorre intorno all’astronave, come un fiume notturno cosparso di piccole luci.

Tuttora rimango senza fiato di fronte a questo spettacolo e potrei stare per ore a perdermi con i miei pensieri che vagano per le stelle

Ma, piccolo mio, il prezzo che ho pagato per tutto questo è stato fin troppo alto. Ho rinunciato a ogni cosa per essere in questo bozzolo supertecnologico e partecipare alla prima missione interstellare dell’umanità. Per esserci, quando l’uomo avrebbe varcato la porta delle stelle.
All’inizio non ho mai avuto rimpianti per quello che mi lasciavo dietro. Qualche storia d’amore, e molte delusioni. No, non è il momento ora. Non adesso. Così dicevo a me stessa e al mio partner del momento. Il rimorso per un'altra vita che non ho avuto mi raggiunse solo quando era ormai troppo tardi.

Era tardi al ritorno dalla missione di Ganimede, dopo aver attraversato quella terribile tempesta solare. Niente più figli, mi dissero. I gameti sono ormai compromessi dalle radiazioni ionizzanti che avete attraversato, il rischio di partorire un mostro è troppo alto. E io stupida non avevo lasciato nemmeno un ovulo nella crio-banca. Eppure col mestiere di astronauta dovevo saperlo che andavo incontro a quel rischio. Solo che rimandavo. E rimandavo.
Era già troppo tardi quando alla festa d’addio della "Aurora" nessuno m’invitò a ballare, nemmeno il medico di bordo che era stato galante e farfallone con tutte le altre.
Io, per tutti, ero esclusivamente la mia mansione a bordo: la xenobiologa, la racchiona che maneggiava cose strane, come le spugne mobili degli oceani subglaciali di Europa, o le nubi semi-organiche di Saturno. Quella che catalogava cose schifose e sembrava intagliata in un legno secco e rugoso. Quella che puzzava quando usciva dal suo laboratorio. L’antro della strega. Per i miei compagni di viaggio ero qualcosa di vagamente umano che la primavera s’è lasciata dietro e che non ha più niente da spartire con faccende terrene come amore e passione. Feci finta di non curarmene perché pensavo fosse troppo tardi. Poi accolsi la fine della lunga accelerazione per uscire dal sistema solare con sollievo: nelle celle di ibernazione per venti anni non si provano rimorsi o rimpianti.

Quando i sistemi automatici ci risvegliarono eravamo arrivati a Delta Pavonis, dopo un viaggio a velocità relativistica di venti anni.
Sapevamo già cosa ci aspettava quando ci immettemmo in un’orbita interna: un sistema composto da una stella della classe G, abbastanza simile al Sole, sette pianeti, dei quali due giganti gassosi e uno, il terzo, che era la nostra meta. Sebbene più piccolo della Terra, dallo specchio lunare a interferometria di Dark Side, era apparso, dotato di un’atmosfera e di una biosfera. Non c’era nessun dubbio su cosa significasse quel picco nelle spettrografie: era vita. Vita basata sul carbonio con tutti le sue implicazioni e probabilmente DNA e RNA. Ma i diagrammi del telescopio di Dark Side non davano nemmeno lontanamente l’idea dell’immensa varietà di forme di vita che trovammo su Pavonis 3.
Ero talmente eccitata di fronte all’abbondanza di nuovi misteri da risolvere, che mi dimenticai di tutto. Mi bastava tutta quella nuova vita aliena per dimenticare la mia condizione di donna accantonata, di essere umano a metà, di persona senza nient’altro che il proprio lavoro. Ricordo come uno strano sogno pieno di cose meravigliose quei primi tre mesi, passati in compagnia con gli Aquiloidi Striati o con i sorprendenti Bicefalonti che comunicavano tra loro con le appendici luminose.

Poi scoprimmo gli Iikrii.

Ci affezionammo subito a loro, forse perché ci ricordavano i lemuri della terra con la loro morbida pelliccia, i grandi occhioni languidi e la loro insaziabile fame di cose dolci. Ma gli Iikrii (li chiamammo così per il verso di saluto che emettevano) erano molto di più che teneri animali da compagnia. Col tempo scoprimmo che avevano grandissime capacità di apprendimento, di comunicazione e l’abilità di realizzare rudimentali manufatti. Si erano persino dotati di una specie di organizzazione sociale che permetteva loro di vivere in grandi collettività insediate nelle immense dighe, da loro stessi costruite per bloccare alcuni fiumi.
Rimanevano però alcuni misteri inspiegabili.

Le dimensioni del cervello di questi animaletti, alti non più di una ventina di centimetri, erano troppo ridotte per giustificare comportamenti intelligenti. Ma soprattutto fonte di continui interrogativi era la straordinaria capacità degli Iikrii di guarire da ferite, malattie e altri danni che avrebbero condotto alla morte qualunque vertebrato superiore. Erano praticamente eterni, senza segni di invecchiamento. Forse per questo il loro indice di natalità (potevano essere definiti degli ovovivipari con due sessi) era molto basso.

Ad ogni modo decidemmo di considerare la specie degli Iikrii senziente e li chiamammo il Popolo delle Dighe. Era la prima civiltà extraterrestre che incontravamo e io mi dedicai con maggiore impegno al loro studio. Ma ero affascinata, più di ogni cosa, dal loro magnifico sistema immunitario e di rigenerazione dei tessuti. Pensavo che se avessi scoperto il loro segreto, forse anche l’umanità ne avrebbe beneficiato. E magari, egoisticamente, pensavo a me stessa. A un'altra occasione.
Perciò fu esaltante fare la scoperta del protoplasma, l’ammasso di cellule dal DNA differente, che allignava nella spina dorsale degli Iikrii. Era quella l’origine di tutti i benefici. Una guaina che racchiudeva il sistema nervoso degli abitanti senzienti di Delta Pavonis 3. Pensai a una specie di parassita, un ospite quanto mai desiderabile che risolveva praticamente ogni patologia, eliminando nel frattempo ogni processo d’invecchiamento. Esaltata da quella scoperta provai il protoplasma su tessuti terrestri, su cavie da laboratorio e infine su alcune porzioni clonate di tessuti umani. E funzionò.
Il protoplasma ringiovaniva i tessuti e riparava i danni in maniera pressoché miracolosa.

Era quello dunque il segreto. L’evoluzione aveva portato le due specie di Delta Pavonis a stringere un fortissimo sodalizio simbiotico. Gli Iikrii fornivano un supporto che dava protezione, nutrimento e mobilità, mentre il protoplasma aveva cura del suo ospite rendendolo sano e longevo. Per questo motivo la società degli Iikrii era così pacifica e stabile. Morte e malattia ne erano bandite grazie all’intervento microscopico del protoplasma che albergava in ogni Ikrii del Popolo delle Dighe.
Allora abbandonai ogni cautela e senza dirlo a nessuno sottoposi me stessa agli effetti del miracoloso simbionte, inoculandomelo. Ben presto vidi in me la miracolosa regressione dei danni ricevuti dalla vecchiaia e dalle radiazioni dello spazio. La pelle ritornò elastica e liscia, i muscoli nel giro di poche settimane diventarono quelli di una ragazzina. Persino i miei lineamenti cambiarono, ritornando quelli di una volta. Anche il medico di bordo se ne accorse e iniziò a farmi una corte spietata nei corridoi della nave. Ripresero persino le ovulazioni e questa volta i gameti risultarono integri. Volendo avrei potuto concepire un bambino normale, anzi migliore degli altri perché da me avrebbe ricevuto il protoplasma miracoloso che lo avrebbe reso immune a ogni malattia.Troppo tardi feci una scoperta terribile.

Durante la TAC Olografica, per scoprire le attività elettriche della testa degli Iikrii, mi resi conto che l’attività mentale non avveniva nel loro cervello, ma solo nella sottile guaina protoplasmatica che l’avvolgeva. Feci prove su prove, e iniziai a sentire crescere in me un nero e cupo terrore. Ma ogni prova sperimentale, ogni analisi, ogni modello matematico e tridimensionale dava lo stesso risultato: non era il bipede ovoviviparo la specie senziente, ma il protoplasma stesso che si impadroniva del suo ospite e lo muoveva come una marionetta. Per mesi, dopo la partenza da Delta Pavonis, mi sono detta che un essere umano ha un cervello ben più complesso di quello del piccolo e tenero Iikrii. Mi ripetevo, che no, il protoplasma non stava vincendo la sua partita dentro di me.

Ma oggi sento che stai guadagnando terreno. Alcuni ricordi svaniscono. A volte ho la sensazione che dentro la mia mente si sta svolgendo una specie di dissolvenza. Come un Bolero di Ravel al contrario, che sfuma verso il silenzio. E forse tu finirai per impadronirti del mio corpo come se fosse un burattino Iikrii.
Ho deciso di lottare, piccolo mio. Per te e per me. Perché ho già raccontato tutto al capitano e lui mi ha promesso che farà sparire il mio corpo nella torcia termo-nucleare che spinge la nave, se un giorno non mi riconoscerà più. Se non apparirò più umana agli esami della TAC Olografica.
Ora, mentre sento le tue dita sottili e delicate, il tuo tocco infantile che gioca con il mio pensiero, ti prometto che mi difenderò con ogni mezzo dal tuo primigenio istinto di distruzione.
Questa è una casa che possiamo condividere insieme. Dobbiamo negoziare una nuova simbiosi. Piccolo mio, ho deciso di aspettarti dietro il bastione più antico della mente femminile. Perché forse un giorno non vorrai ritrovarti da solo in questo luogo alieno e ostile. Con queste stelle davanti agli occhi che potrebbero essere l’ultima cosa che vedrai, piccolino.
Ti aspetterò qua nell'ombra, impugnando l’arma più potente che una piccola donna terrestre possieda.

Il suo istinto materno.
E forse non mi ucciderai quando verrai al mondo.

Ikrii

Postato da: aquatarkus a 12/10/2006 17:23 | link | commenti (19)
racconti, fantascienza, spazio profondo, mutazioni, strani alieni

mercoledì, 27 settembre 2006
Tempo supplementare

Pallone



Eusebio Funes, un tempo era soprannominato “Il fulmine argentino”. Per chissà quale combinazione di geni e di povertà, era diventato famoso nella natia Bariloche grazie ai suoi strabilianti riflessi che gli permettevano di prendere una mosca al volo con due dita e parare qualunque pallone avesse la disavventura di capitare vicino alla porta del Bariloche Junior.
Arrivò in Europa, subito divenne una celebrità e un serio pericolo per le statistiche dei più quotati marcatori. Cosicchè in breve Eusebio, ebbe l’occasione di mettere alla prova i suoi celebrati riflessi con potenti macchine sportive e sciacquette televisive addestrate a sfilare rapidamente patrimoni di malcapitati neomiliardari.
Fu una di queste, dopo l’ennesima lite, mentre Eusebio era voltato di spalle aspettando che lei uscisse dalla sua vita, a tirargli l’imparabile sotto forma di una pesante fruttiera di cristallo. Forse l’istinto salvò la vita ad Eusebio, ma l’essersi spostato appena il tanto da farsi prendere dal cristallo solo di striscio, fu la sua condanna.

Quando riemerse dal coma la sua vita era cambiata.
Era vivo, ma i suoi tanto decantati riflessi erano ridotti a quelli di un bradipo variegato che per afferrare un frutto ci impiega un buon minuto sentendosi anche un campione della sua specie. Nessun medico gli aveva detto di preciso cosa quel frammento microscopico di vetro nel cranio era andato a danneggiare. Fattostà che di fulmineo, da quel momento, c’era stato solo il suo passaggio da titolare a illustre panchinaro.
Ex. Eusebio poteva leggere l’odioso prefisso, nello sguardo di tutti i compagni, i dirigenti, i giornalisti. L’unico che sembrò non considerarlo come un reperto archeologico di difficile catalogazione fu il “massaggiatore”. Proprio lui, l’uomo elegantissimo che era in confidenza con alcuni dei giocatori più importanti.
-Si tratta di una roba forte.- disse sottovoce l’uomo dal sorriso di alligatore passandogli una scatolina.- E’ talmente nuova che non ha ancora un nome. Ma stai sicuro che se lo usano i militari è buona.
-I militari?-domandò preoccupato Eusebio.
-Si, i militari, i piloti dei caccia. Questa sostanza è un acceleratore dei neuro-trasmettitori. Quando sei su un jet a mille chilometri all’ora devi avere dei riflessi di una macchina se vuoi uscire vivo da un combattimento aereo. Una micro-iniezione di queste e ti spari nel sangue una sostanza che rimane inattiva sino a che non si alza il tasso di adrenalina. Solo allora comincia il bello e ti sembra di essere un dio che vede il mondo al rallentatore. Con dei riflessi del genere riusciresti a schivare una pallottola. I palloni ti sembreranno viaggiare nella gelatina di pollo…E il bello è che l’antidoping non sa nemmeno che questa sostanza esiste. Fidati di me.”

Gli bastò solo un allenamento sotto l’effetto di quella sostanza per convincere il Mister a farlo giocare nella Superfinale di Coppa.
Fu un gioco da ragazzi fermare il grande esperto di punizioni, il celebrato maestro del calcio imparabile con il suo pallone angolato che seguiva una traiettoria imprevedibile. Ma Eusebio era concentrato su qualcos’altro: nella sua testa identificò perfettamente quando la sua percezione del tempo cambiò, quando entrò in funzione la sostanza misteriosa attivata dall’adrenalina.
Per un attimo ebbe la sensazione di un fermo immagine. Vide il grande campione con il pallone bloccato sulla punta del piede, elemento centrale di un universo immobile, mentre tutto era avvolto da un silenzio irreale come quello dei nevai della Cordigliera. L’istante durò un tempo soggettivo abnorme. A Eusebio sembrarono passare minuti interi prima di sentire il tonfo lunghissimo e soffocato del pallone che veniva calciato. Solo allora il tempo riprese a scorrere, accelerando un poco alla volta, lasciandogli intuire facilmente la traiettoria del pallone e permettendogli di impostare il suo corpo per il balzo, grazie al quale sarebbe andato a bloccare l’incrocio dei pali. 

La partita fu una classica finale dove due squadre di campionissimi si scrutano in cagnesco senza fare gioco per non scoprirsi. Nessuna azione degna di nota nei tempi regolamentari e nemmeno in quelli supplementari. Così si arrivò ai rigori.
Eusebio solo allora, davanti al cannoniere avversario, sentì l’adrenalina scorrergli nel sangue andando ad attivare la sostanza che bloccava il tempo. Ancora una volta un diamante imprigionò l’universo e lui dovette aspettare che il fermo immagine riprendesse a scorrere per poter parare il pallone. Eusebio non volle accorgersi, preso com’era dalle urla di giubilo dei suoi compagni, che il tempo, questa volta gli era sembrato bloccarsi più a lungo, prima di riprendere a scorrere come una densa melassa che si trasforma lentamente in acqua corrente.
Destino volle che dopo tutto quel tripudio, il suo compagno calciasse dagli 11 metri un penalty che volò alto sulla traversa avversaria. Fu così che Eusebio dovette parare il suo secondo rigore e tutto lo stadio esultò per la sua prodezza. Nessuno si accorse dello sguardo attonito del portiere, dentro di se convinto di aver passato almeno un’ora del proprio tempo interiore a guardare l’elegante traiettoria di una zolla d’erba staccatasi dalla scarpetta dell’avversario e ricaduta sul campo, prima di decidersi ad impostare la parata.
Qualcosa andò storto, il fischio dell’arbitro interruppe i festeggiamenti e fece ripetere il rigore a causa della posizione irregolare di un giocatore.
Eusebio si sentì mancare. Aveva già notato quanto si fosse allungata a dismisura la percezione interiore dell’istante. Non conosceva il significato della parola “esponenziale”, ma sapeva che se lasciava andare l’adrenalina, la trappola del tempo bloccato l’avrebbe imprigionato per chissà quanto dentro il suo cervello.
Eusebio cercò di rilassarsi, di bloccare l’ansia che sentiva crescere. Più, stavolta, per timore degli effetti della droga, che per la paura del rigore.

Come se fosse una legge ineluttabile della fisica, non appena l’avversario iniziò la rincorsa, l’universo ritornò un diamante immutabile.
Fiducioso, Eusebio, attese osservando i particolari più infinitesimali della scena. La sua attenzione si concentrò su una goccia di sudore di Josè Ribeira, il rigorista della squadra avversaria, e cercò di misurarne il tempo di caduta. Eusebio non era mai stato un esperto di matematica e i suoi calcoli furono piuttosto approssimativi. L’unico risultato dei suoi ripetuti tentativi fu che l’intervallo di tempo bloccato, questa volta, sarebbe stato enorme.
Non poteva essere vero, si diceva, ma più scorreva il suo tempo personale, più capiva di essere in trappola. Per Eusebio passarono giorni (intesi come numero di ore, non come alternarsi di buio e luce) mentre la sua mente si struggeva nell’attesa snervante. Non era mai stato tanto tempo immobile con nient’altro da fare che pensare.
Affrontò tutti i suoi ricordi, le sue meschinità, i prezzi troppo alti che aveva dovuto pagare per essere ora in quel posto davanti ad uno stadio congelato, e ne uscì sconfitto. Perciò, dopo qualche tempo, se questa parola aveva ancora un senso, Eusebio sentì qualcosa di nuovo che gli cresceva dentro, e che forse c’era sempre stata. Era la solitudine. Un sentimento che non aveva mai avuto il tempo di provare, che in breve si trasformò nel desiderio lacerante di qualcuno a cui raccontare la sua pena.
Provò con quella maschera contratta dalla concentrazione di Josè Ribeira, con la dura faccia scolpita nel ghiaccio dell’arbitro. Provò con tutti coloro si trovavano nel suo ristretto campo visivo.
Ma non ne ebbe sollievo. Così impazzì.

Chissà per quanto tempo la sua mente vagò ululando dentro l’angusta prigione del suo cervello ritraendosi ogni volta alla vista del prato verde, dello stadio illuminato a giorno e del pallone eternamente fermo sul dischetto degli undici metri. Forse anni interi.
Poi accadde qualcosa.
La sua mente non scappò più dalla luce. Imparò ad analizzare l’immagine che vedeva non più come se fosse il prodotto della riflessione della luce, ma come se fosse il tessuto di un immenso arazzo. Capì come distinguerne le trame intrecciate e riuscì a vederne il mirabile disegno che c’era sotto.
Eusebio, se si poteva chiamare ancora così l’entità nella sua prigione di tempo lento, vide che nel viso di un tifoso, un giovane seduto sugli spalti a più di cento metri da lui, non c’era solo luce, ombra e colore. Intuì che le trame proseguivano dietro  il disegno. Non solo radiazioni luminose, ma storie e ricordi. Erano le trame di una vita che dopo essere state intrecciate dal destino arrivavano a lui come immagine. Da quel viso, Eusebio, dedusse un’intera esistenza, fatta di delusioni, speranze, gioie e sofferenze. Vide un presente di umiliazioni e lavori massacranti. Di sacrifici per essere sempre presenti allo stadio quando la squadra del cuore giocava. Ma vide, sorprendentemente, anche l’altro capo del filo, quello che andava verso un futuro amaro di vecchiaia e solitudine, quando solo il rimbecillimento senile avrebbe tenuto lontane le disillusioni. 
Fu così che Eusebio, per la prima volta nella sua vita, provò pena per qualcuno e si sentì a lui vicino nonostante quei cento metri di distanza. Esaltato da questa nuova facoltà, trovò il modo di passare l’eterno istante. Studiò le storie di quel frammento di umanità racchiusa nel suo campo visivo e ne intravide la danza, il ritmo, il passo lento e inesorabile, che incurante degli individui fa andare avanti la specie verso il suo destino. Ma prima che potesse dedurne alcunché, si soffermò sul riflesso nel fischietto dell’arbitro.

E si vide.
Congelato nella classica posizione del portiere in attesa.
Eusebio nella sua mente sorrise perché guardando la sua immagine aveva trovato la porta d’uscita. Capì che, causa ed effetto, spazio e tempo erano solo serrature che l’evoluzione aveva messo nel cervello umano in attesa di essere aperte.
Ma prima, prima di volare via dal bozzolo congelato, prima di avviarsi verso gli spazi siderali spinto solo dalla propria mente a seguire le lucenti trame dei fotoni, fece un’ultima scelta. Per sentirsi ancora una volta appartenente a quella specie di bipedi senzienti che affollava lo stadio per un motivo così futile.
Difatti, secoli più tardi, quando l’involucro abbandonato senza rimpianti del suo corpo ricadde sull’erba, stringeva al petto il pallone nella più bella parata della storia del foot-ball.

Postato da: aquatarkus a 27/09/2006 13:57 | link | commenti (24)
racconti, fantascienza, mutazioni, incubi virtuali, futuro prossimo, diaboliche invenzioni

sabato, 06 maggio 2006
Effetto Boomerang


-Ne abbiamo beccato un altro. – disse l’ufficiale dei servizi segreti entrando senza bussare nell’ufficio.

Per un attimo il Capo Sezione  ebbe la solita visione di  bambini sotto un sole spietato, vestiti di stracci che giocano a pallone sulla sabbia, accanto ad un container arrugginito.

-Un altro? Non avrà mai fine questa storia? Ci stiamo appena riprendendo dall’ultimo.– il Capo Sezione sospirò.-Ho appena mandato le lettere di condoglianze alle famiglie dei piloti dell’elicottero caduto a causa di quel piroforo.

-Questo qui non ha fatto resistenza, per fortuna, era troppo debole e disidratato, anche se quando era cosciente ha fermato il motore  della motovedetta e tutti gli apparati elettrici nel raggio di un chilometro. Ora è  sotto sedativo.

-Provenienza?

-Il solito posto. Somalia. Boosaso.

Il Capo Sezione si alzò dalla monumentale poltrona manageriale di pelle nera e con un gesto stanco scostò la pesante tenda grigia alle sue spalle. Sulla parete sottostante  era appesa un’enorme cartina: una proiezione di Mercatore del mondo. Sulla mappa, specialmente sull'Africa, qualcuno aveva sistemato accuratamente delle puntine colorate. La maggior parte erano concentrate sul Corno d’Africa. Rappresentavano i luoghi di provenienza di tutti i mutanti, quei disperati che scappavano verso l’Europa nascondendo i propri poteri inimmaginabili, per sfuggire  alla povertà e alle persecuzioni del loro paese, dove le loro doti erano considerate demoniache.

Puntina rossa  per i pirofori -come quello che aveva fatto esplodere l’elicottero in volo- cioè quelli che scatenavano incendi a volontà,  puntina  gialla per quelli che riuscivano a bloccare gli apparati elettrici, azzurra per i mimetici, e poi altri colori ancora: verde, arancione, nero.

-Predisponete tutto in modo che non possa più nuocere. Questi mutanti stanno diventando troppo pericolosi.

-Avevo già dato disposizioni, capo.-disse l’ufficiale ed uscì dall’ufficio.

Quando si riusciva prenderli, non ci voleva molto a renderli innocui. Bastava una piccola operazione al cervello per asportare il super-nodulo sul lobo temporale, quel nuovo organo mutante che li contraddistingueva tutti. Solo dopo l'operazione ritornavano "normali".

“Ma  chissà quanti ne sfuggono, tra tutti i clandestini che arrivano?” si domandò il Capo Sezione, scostando un’altra tenda sotto la quale si celava la seconda cartina. Quella che non lo faceva dormire la notte, perché era una banalissima mappa dell’Italia. Su di essa c’erano appuntati una decina di segnaposto, questa volta di due  colori appena, arancione e nero. Non rappresentavano altrettanti mutanti catturati, ma eventi criminosi, spiegabili solo con l’uso delle facoltà paranormali di telecinesi e di lettura del pensiero. Quelli, di solito, erano i poteri dei mutanti meno rintracciabili. Al momento c'erano poche puntine, ma ogni giorno ce n’era una in più. Il Capo Sezione rabbrividì al pensiero del giorno in cui  ne avrebbe visto  una moltitudine, vicine tra loro e concentrate in un punto.  Ciò avrebbe significato che i mutanti  avevano iniziato ad essere consapevoli gli uni degli  altri e a collaborare tra di loro. Quel giorno la lotta sarebbe diventata ancora più difficile. Forse nessuno sarebbe più riuscito a far passare tutto sotto silenzio e forse i media avrebbero parlato di guerra.

Il Capo Sezione cercò sulla cartina del mondo la  Somalia e  in particolare Boosaso, poi prese una puntina gialla dalla scrivania. Quasi non c’era posto per metterne un'altra.

I mutanti venivano tutti da laggiù.
A Boosaso i signori della guerra, avevano permesso l’incontrollato accumularsi di migliaia di container pieni zeppi di scorie chimiche e radioattive. Qualche multinazionale farmaceutica era riuscita a liberarsi laggiù della sostanza mutagena che provocava la nascita del super-nodulo nel cervello dei mutanti. Nessuno aveva ancora scoperto quale fosse tra le migliaia di sostanze inquinanti disperse a Boosaso.

Boosaso, la fabbrica dei mostri.

Da quando era iniziata quella faccenda, il Capo Sezione non riusciva a togliersi dalla testa il nome di quel posto, dove vent’anni prima, appena arruolato nei servizi segreti, era riuscito a portare a termine la sua prima missione all'estero. Quando era riuscito a convincere quell’arrogante signore della guerra somalo  ad accettare i fetidi container stillanti liquami tossici in cambio di un carico di fucili mitragliatori. Il suo ultimo ricordo di Boosaso era quello di se stesso nella sua macchina che si lasciava dietro  i bambini vocianti mentre giocavano a pallone vicino ai container avvelenati.

Postato da: aquatarkus a 06/05/2006 15:41 | link | commenti (10)
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